“machines have less problems, I’d like to be a machine” - La serialità nell’opera di Andy Warhol Wednesday, May 28, 2014

Unknown

Il percorso artistico di Andy Warhol (1930-1987) non è banale come può sembrare. Alcuni lo considerano un artista vuoto, che non offre alcun tipo di valore aggiunto a ciò che ha creato. In realtà, a mio avviso, la sua evoluzione è stata molto interessante e in stretto legame con la società che lo circondava.
Il più delle volte distaccato e freddo, passivo e semplice osservatore, nel 1961 inizia a dipingere le famosissime scatole di minestre con un procedimento abbastanza semplice: proiettando l’immagine del prodotto la ricalca per poi dipingerla. Nel caso debba riprodurne una maggiore quantità, ripete il processo. Questo finché non comincia a usare degli stampini, probabilmente per accelerare e facilitare la realizzazione. Nel 1962 introduce l’uso della fotoserigrafia, tecnica ancora una volta basata su proiezione e impressione dell’immagine su tela.
L’elemento che lega Warhol alla società, rispecchiandola, è il fatto che tutte queste operazioni non venivano fatte dall’artista in persona, ma erano compito dei suoi collaboratori che all’interno della Factory – lo studio di Warhol a New York – si occupavano di realizzare le opere. Delegare la creazione ad altri era parte del suo registrare freddamente e passivamente quel che succedeva attorno a lui, attuando un processo seriale, di produzione meccanica, simile a quello industriale.
Spesso, nei suoi lavori e nei suoi film underground, la ripetitività è portata alla noia, dando vita a un meccanismo di produzione di massa lungo, sempre uguale e monotono. Così facendo, però, non vuole criticare la ripetitività: il suo ideale è quello di essere come una macchina, in grado di produrre senza sosta.

Unknown
Ugo Mulas