John De Andrea e le sculture iperrealiste - Nei corpi immobili, il fascino e la sicurezza nascondono fragilità e insicurezza Wednesday, May 29, 2013

Alla fine degli anni ’60, negli Stati Uniti, emerge una tendenza alla rappresentazione del reale sia nella pittura che nella scultura. Fino agli anni ’70 ci sarà il movimento iperrealista, conosciuto anche come fotorealismo. In questi anni non si intendono più queste forme d’arte come diretta e personale espressione dell’artista, ma si tratta di un approccio estremamente freddo e distaccato nel trasmettere emozioni e sentimenti che, nelle opere, non vengono minimamente accennati.


La dimensione dell’urbano torna come tematica base dei soggetti da ritrarre: si torna infatti a vivere le città e le metropoli, ad osservare la società e le persone reali diventano i protagonisti di quadri o sculture iperrealiste; vediamo delle persone che potremmo incontrare in qualsiasi città e che abitano e vivono le città stesse, che consumano cose comuni, trasmettendoci un senso di familiarità ulteriormente accennato dal carattere che le opere iperrealiste hanno, proponendoci una realtà a noi vicina, in cui ci vengono proposte cose alla nostra portata, messe in contrasto però con la freddezza e l’aspetto nuovo e fresco che le opere hanno che finisce per rendere la realtà più banale inafferabile e sfuggente, immersa in un’assoluta precisione.
Sono differenti gli artisti che si inseriscono nella corrente iperrealista, ognuno con tecniche, approcci ed interpretazioni diverse: uno tra questo è John De Andrea, scultore americano nato nel 1941 oggi conosciuto per le sue sculture di figure umane, nude o vestite, messe in pose del tutto naturali e spontanee all’Uomo.
L’apparente banalità e superficialità nel vedere per la prima volta le sue opere può portare a facili equivochi, pensando che l’artista sia semplicemente alla ricerca di qualcosa di gradevole alla vista, proponendoci dei modelli piuttosto belli, quasi da rivista, contrariamente a quanto fatto da altri artisti iperrealisti che ci mostrano l’americano medio. E’ proprio per questa ragione che potrebbero nascere incomprensioni pensando che cerchi qualcosa di facilmente commerciabile che piaccia alla maggioranza: l’intenzione invece è quella di mostrare un altro aspetto della società contemporanea. Le sue figure ci danno in un primo momento l’impressione di grande sicurezza di sé, offrendosi al nostro sguardo senza troppi problemi, come se non ci fosse nessuno a guardarle nella loro intimità. Al tempo stesso però questa sicurezza è accompagnata da un altrettanto forte senso di fragilità, come se bellezza, forza e spontaneità fossero un velo che nasconde tanta insicurezza.
Un elemento utile a capire l’opera di De Andrea è il desiderio: vuole mostrarci oggetti che possono diventare per noi oggetti desiderati; dal momento in cui abbiamo di fronte a noi delle figure come quelle da lui scelte ecco che quest’elemento scatta in automatico. Le sue sculture hanno la caratteristica di sembrare molto vive, ma contemporaneamente a questa prima impressione, hanno qualcosa di cadaverico che richiama la morte – contrapposizione che si osserva soprattutto quando si guardano le sculture di persona, notando l’immobilità in cui questi corpi sono costretti.
Lo scontro tra naturalezza e dolcezza con la staticità assoluta fa nascere il contatto tra vita e morte: soggetti bellissimi e cadaverici per ricordarci che l’oggetto del desiderio viene annulato, ucciso, paralizzato; viene fermato e bloccato dalle nostre stesse voglie.
Il cercare di comprendere l’arte di De Andrea è un utile esercizio per imparare a non fermarsi alle prime impresisoni: a volte, ciò o chi valutiamo come forte e tenace, può rivelarsi fragile e delicato.