Arte Blu, rosa e oro: i tre colori di Yves Klein - Rulli e spugne per togliere ogni traccia di individualità dalle tele monocrome Thursday, March 28, 2013


Nuovi approcci percettivi alla realtà contemporanea e agli oggetti che ne fanno parte, per una critica e una riappropriazione di essi: con quest’idea nasce il Nuovo Realismo, nel 1955.
L'artista di questo mese è il francese Yves Klein, nato nel 1928, che tramite l'uso di tre semplici colori ci porterà alla scoperta del mondo orientale, al quale egli si sentì intimamente legato. Alcuni viaggi in Asia e la pratica dello judo lo avvicinarono ben presto alla cultura giapponese e alla spiritualità buddista, anche se nel corso degli anni il mondo cristiano-cattolico ebbe per lui particolare rilevanza.
Nel 1954 Klein iniziò ad usare la pittura per realizzare tele monocrome, concependo pochi anni dopo un suo personale colore, l'IKB (International Klein Blue). Il profondo amore per il colore lo portò a ricercare un metodo per conservarlo nello stato di massima purezza, nel tempo: scoprì che utilizzando una resina sintetica si potevano mantenere a lungo intatte la luminosità e la vividezza del colore. Il risultato, il blu Klein, è la rappresentazione dello spazio, è il colore dello spazio stesso, e serve a rendere visibile il materiale mettendolo al centro dell'attenzione, eliminando ogni individualità e riferimento all'umano. Nell’avanzare del suo percorso la tendenza ad eliminare dalle tele ogni riferimento alla specificità umana si fece sempre più accentuata; per questa ragione, invece che stendere il colore con i pennelli tradizionali, provò ad utilizzare rulli e spugne, rinunciando alla pennellata come firma.
Nella mostra «Il vuoto», organizzata a Parigi nel '58, e nell'opera «L'albero: grande spugna blu» ('62) appare chiara l'importanza attribuita al colore; in quest’ultima  Klein rappresentò la materia che assorbe tutto lo spazio e tutto il materiale, come conseguenza di quanto sperimentato già nel '58: la stanza a disposizione per «Il vuoto» era infatti completamente spoglia e bianca e soltanto in alcuni punti c'era del blu sulle pareti. Lo scopo era di rendere percettibile il materiale, lo spazio e la pura sensibilità dell'artista stesso, accentuando quell’immateriale che spesso sfugge, ma che è di fondamentale importanza.
Nel corso degli anni si accentuò un distacco nei confronti dell’Umano: le impronte su carta e le antropometrie vennero sì realizzate usando il corpo femminile, ma l'artista nemmeno lo toccava, lasciando agire le modelle senza mai intervenire in prima persona. Il risultato è un corpo femminile senza testa: la presenza dell'essere umano è negata completamente. Ciò che contava erano l'energia, la vita ed il colore. Il tutto in forma anonima.




Il fotomontaggio: tra realtà e finzione - La tecnica del “taglio e incolla” permette la rielaborazione truccata dell’immagine Wednesday, March 6, 2013

Le cose che vediamo non sempre sono come in origine erano. Partendo da un fatto, da un'immagine, o da qualsiasi altra cosa, si può costruire attorno ad essa un mondo nuovo, pieno di fronzoli e ricami, con aggiunte o rimozioni di elementi più o meno importanti o più o meno in linea con l'immagine di base: si passa alla creazione di un'immagine che non rispecchia più la realtà e la sua natura, ma bensì si crea un'immagine che a questo punto si può definire come artificiale.

Ciò che rende possibile questa metamorfosi dell'immagine è l'uso del fotomontaggio, che consiste in una tecnica grafica che si manifesta soprattutto nel settore della pubblicità, in campo artistico e in maniera un po' minore nel settore della satira politica. Il buon utilizzo di questa tecnica risulta essere ottimale per dare risalto ai meccanismi della fantasia, considerandola un nuovo linguaggio formato da frammenti di materiale, spesso fotografico e di carta stampata di diversi tipi e con differenti immagini, che uniti danno vita ad un'immagine completamente nuova capace di spiegare, far capire e soprattutto stupire lo spettatore grazie alle nuove composizioni, le quali presentano svariati elementi a volte in forte contrasto tra di loro. In sostanza, nel fotomontaggio, delle parti di varie fotografie vengono tolte dal loro contesto originario ed introdotte con forza in un altro contesto completamente estraneo al precedente, nel quale l'immagine assume subito nuovi significati e si rinnova in modo del tutto imprevedibile. Le immagini venivano come mascherate per esaltare o nascondere determinati elementi o dettagli rispetto all’originale.
Per capire meglio l'idea del fotomontaggio, spesso usato dai surrealisti e dai dadaisti, la definizione di "cinema statico" data dal dadaista Raoul Hausmann intende ricollegarlo alla stessa procedura usata nel mondo del cinema: taglio e montaggio di sequenze.
Nel corso degli anni la decisione di praticare questa tecnica e creare questi tipi di immagini deriva da differenti scelte estetiche, sociali e politiche. Spesso e volentieri il fotomontaggio è stato visto come un trucco, come un gioco o come uno strumento per svelare delle verità sociali nascoste dalle immagini propagandate dal potere; in altri casi invece, è stato visto come uno strumento per dar corpo e vita all'impossibile, por poter realizzare sogni e desideri.
Per collegarci ad un periodo storico-artistico, questa tecnica espressiva è stata paragonata all'analisi dei sogni teorizzata da Freud, con i sogni infatti frantumiamo la realtà e la ricomponiamo in modo tale che all'apparenza appaia casuale e completamente illogica: l’illogicità e la casualità rimandano a loro volta in particolare al movimento surrealista.
Un artista che ha sfruttato al meglio la tecnica del “taglio e montaggio” è stato Herbert Bayer, artista tedesco che è passato per il Bauhaus - scuola di arte, design ed architettura del 1919 in Germania nella quale ha insegnato per qualche anno - molto noto come grafico ed un po’ meno come fotografo.
Nei sui “esperimenti” fotografici si osserva l’ottima utilizzazione della tecnica del fotomontaggio che ha reso possibile la creazione di molte sue immagini a stretto contatto con la filosofia surrealista.
I risultati ottenuti da Bayer e da tanti altri artisti che si sono messi alla prova testando le possibilità che il fotomontaggio offre sono segno della grande libertà di manipolare le immagini che gli artisti si sono guadagnati esplorando ed evolvendo la tecnica, sperimentando con carta, luci e frammenti di qualsiasi genere in grado di mascherare e truccare le immagini.

(image: Herbert Bayer, "La solitudine del cittadino", 1936)