Yet fotografi al centro

La cosa che più mi ha colpita è la rapidità con cui Yet magazine ha conquistato lettori e centri culturali. In meno di un anno ha raggiunto un livello di contenuto e capacità sempre maggiore. L’obiettivo che si pone è mostrare l’attività vera del fotografo, senza nascondere nulla.
Nato da uno sfogo, Yet magazine è un prodotto editoriale indipendente. Senza tema né genere ogni numero di Yet ha una storia, dalla prima serie fotografica all’ultima.
Ho incontrato Nicolas Polli e Salvatore Vitale per meglio conoscere e capire questo mondo.


graffitismo: storia e sviluppi di un movimento - non necessità artistica, ma esigenza individuale

Contrariamente a come si possa pensare, il graffitismo non è semplicemente disegnare sui muri delle città, è molto di più.
Movimento che ha inizio nel 1970 negli Stati Uniti e diffusosi nel resto del mondo, ha una grande storia e cultura alle spalle.

abilità esecutiva e distaccata ironia in ceramica - Bertozzi&Casoni: un lungo percorso insieme

Lavori interamente fatti in ceramica, materiale che richiede grande cura ed abilità d'uso, non sono comuni come la pittura nel mondo delle arti. Bertozzi&Casoni, società fondata nel 1980 da due artisti italiani, basa tutto il suo lavoro sull'utilizzo di questa materia tanto bella quanto delicata.

La memoria per non dimenticare - racconto de l'AM

Andando verso Gentilino la curiosità aumenta passo dopo passo. Ho sentito parlare tanto di questo evento che unisce arte, musica ed editoria al profondo tema della memoria, e fin da subito mi è sembrato promettere bene.
Davanti a Villa Ambrosetti c’era un gran andirivieni di persone che entravano e uscivano - elemento che mi ha fatto fin da subito intendere che si trattava di un evento che è stato capace di coinvolgere ed incuriosire tante persone, di differenti età ed interessi, diverse tra loro.

Solar Bell by Tomas Saraceno

Do you remember when I wrote for the first time about Tomas Saraceno? It was my first article, so this is the reason why I'm in love with him - and of course, also because I really LOVE all his projects and his ideas.

Now is the time of Solar Bell, the latest project of Saraceno, which is an aerial wind sculpture which examines his vision for the future of flying architecture. The structure of Solar Bell is lighter than air, and as all the other projects, it is built using the latest technologies in the field of sustainable energy.

Saraceno imagines as the final result a structure of 60 meters high, a flying building where people can sit or stand on.
As always, the argentinian artist is making us dreaming.

La mano dell'artista nel paesaggio - Le opere di Christo e Jeanne-Claude, i maestri della Land Art

Coppia sia nella vita privata che nel lavoro, Christo (1935) e Jeanne-Claude (1935-2009) si possono definire i maggiori esponenti della Land Art; le loro opere sono realizzate su grande scala, fino a diventare sculture monumentali all’aperto.

John De Andrea e le sculture iperrealiste - Nei corpi immobili, il fascino e la sicurezza nascondono fragilità e insicurezza

Alla fine degli anni ’60, negli Stati Uniti, emerge una tendenza alla rappresentazione del reale sia nella pittura che nella scultura. Fino agli anni ’70 ci sarà il movimento iperrealista, conosciuto anche come fotorealismo. In questi anni non si intendono più queste forme d’arte come diretta e personale espressione dell’artista, ma si tratta di un approccio estremamente freddo e distaccato nel trasmettere emozioni e sentimenti che, nelle opere, non vengono minimamente accennati.

L'evento clou di Milano: Design Week 2013 - Con il Salone del Mobile ed il Fuorisalone la città si attiva dando il meglio di sé

Come ormai da tradizione, anche quest’anno ho trascorso quasi l’intera settimana dedicata al design a Milano, scoprendo persone, oggetti e idee sempre più innovative, curiose e sorprendenti con lo scorrere delle edizioni.

Arte Blu, rosa e oro: i tre colori di Yves Klein - Rulli e spugne per togliere ogni traccia di individualità dalle tele monocrome


Nuovi approcci percettivi alla realtà contemporanea e agli oggetti che ne fanno parte, per una critica e una riappropriazione di essi: con quest’idea nasce il Nuovo Realismo, nel 1955.
L'artista di questo mese è il francese Yves Klein, nato nel 1928, che tramite l'uso di tre semplici colori ci porterà alla scoperta del mondo orientale, al quale egli si sentì intimamente legato. Alcuni viaggi in Asia e la pratica dello judo lo avvicinarono ben presto alla cultura giapponese e alla spiritualità buddista, anche se nel corso degli anni il mondo cristiano-cattolico ebbe per lui particolare rilevanza.
Nel 1954 Klein iniziò ad usare la pittura per realizzare tele monocrome, concependo pochi anni dopo un suo personale colore, l'IKB (International Klein Blue). Il profondo amore per il colore lo portò a ricercare un metodo per conservarlo nello stato di massima purezza, nel tempo: scoprì che utilizzando una resina sintetica si potevano mantenere a lungo intatte la luminosità e la vividezza del colore. Il risultato, il blu Klein, è la rappresentazione dello spazio, è il colore dello spazio stesso, e serve a rendere visibile il materiale mettendolo al centro dell'attenzione, eliminando ogni individualità e riferimento all'umano. Nell’avanzare del suo percorso la tendenza ad eliminare dalle tele ogni riferimento alla specificità umana si fece sempre più accentuata; per questa ragione, invece che stendere il colore con i pennelli tradizionali, provò ad utilizzare rulli e spugne, rinunciando alla pennellata come firma.
Nella mostra «Il vuoto», organizzata a Parigi nel '58, e nell'opera «L'albero: grande spugna blu» ('62) appare chiara l'importanza attribuita al colore; in quest’ultima  Klein rappresentò la materia che assorbe tutto lo spazio e tutto il materiale, come conseguenza di quanto sperimentato già nel '58: la stanza a disposizione per «Il vuoto» era infatti completamente spoglia e bianca e soltanto in alcuni punti c'era del blu sulle pareti. Lo scopo era di rendere percettibile il materiale, lo spazio e la pura sensibilità dell'artista stesso, accentuando quell’immateriale che spesso sfugge, ma che è di fondamentale importanza.
Nel corso degli anni si accentuò un distacco nei confronti dell’Umano: le impronte su carta e le antropometrie vennero sì realizzate usando il corpo femminile, ma l'artista nemmeno lo toccava, lasciando agire le modelle senza mai intervenire in prima persona. Il risultato è un corpo femminile senza testa: la presenza dell'essere umano è negata completamente. Ciò che contava erano l'energia, la vita ed il colore. Il tutto in forma anonima.




Il fotomontaggio: tra realtà e finzione - La tecnica del “taglio e incolla” permette la rielaborazione truccata dell’immagine

Le cose che vediamo non sempre sono come in origine erano. Partendo da un fatto, da un'immagine, o da qualsiasi altra cosa, si può costruire attorno ad essa un mondo nuovo, pieno di fronzoli e ricami, con aggiunte o rimozioni di elementi più o meno importanti o più o meno in linea con l'immagine di base: si passa alla creazione di un'immagine che non rispecchia più la realtà e la sua natura, ma bensì si crea un'immagine che a questo punto si può definire come artificiale.

Ciò che rende possibile questa metamorfosi dell'immagine è l'uso del fotomontaggio, che consiste in una tecnica grafica che si manifesta soprattutto nel settore della pubblicità, in campo artistico e in maniera un po' minore nel settore della satira politica. Il buon utilizzo di questa tecnica risulta essere ottimale per dare risalto ai meccanismi della fantasia, considerandola un nuovo linguaggio formato da frammenti di materiale, spesso fotografico e di carta stampata di diversi tipi e con differenti immagini, che uniti danno vita ad un'immagine completamente nuova capace di spiegare, far capire e soprattutto stupire lo spettatore grazie alle nuove composizioni, le quali presentano svariati elementi a volte in forte contrasto tra di loro. In sostanza, nel fotomontaggio, delle parti di varie fotografie vengono tolte dal loro contesto originario ed introdotte con forza in un altro contesto completamente estraneo al precedente, nel quale l'immagine assume subito nuovi significati e si rinnova in modo del tutto imprevedibile. Le immagini venivano come mascherate per esaltare o nascondere determinati elementi o dettagli rispetto all’originale.
Per capire meglio l'idea del fotomontaggio, spesso usato dai surrealisti e dai dadaisti, la definizione di "cinema statico" data dal dadaista Raoul Hausmann intende ricollegarlo alla stessa procedura usata nel mondo del cinema: taglio e montaggio di sequenze.
Nel corso degli anni la decisione di praticare questa tecnica e creare questi tipi di immagini deriva da differenti scelte estetiche, sociali e politiche. Spesso e volentieri il fotomontaggio è stato visto come un trucco, come un gioco o come uno strumento per svelare delle verità sociali nascoste dalle immagini propagandate dal potere; in altri casi invece, è stato visto come uno strumento per dar corpo e vita all'impossibile, por poter realizzare sogni e desideri.
Per collegarci ad un periodo storico-artistico, questa tecnica espressiva è stata paragonata all'analisi dei sogni teorizzata da Freud, con i sogni infatti frantumiamo la realtà e la ricomponiamo in modo tale che all'apparenza appaia casuale e completamente illogica: l’illogicità e la casualità rimandano a loro volta in particolare al movimento surrealista.
Un artista che ha sfruttato al meglio la tecnica del “taglio e montaggio” è stato Herbert Bayer, artista tedesco che è passato per il Bauhaus - scuola di arte, design ed architettura del 1919 in Germania nella quale ha insegnato per qualche anno - molto noto come grafico ed un po’ meno come fotografo.
Nei sui “esperimenti” fotografici si osserva l’ottima utilizzazione della tecnica del fotomontaggio che ha reso possibile la creazione di molte sue immagini a stretto contatto con la filosofia surrealista.
I risultati ottenuti da Bayer e da tanti altri artisti che si sono messi alla prova testando le possibilità che il fotomontaggio offre sono segno della grande libertà di manipolare le immagini che gli artisti si sono guadagnati esplorando ed evolvendo la tecnica, sperimentando con carta, luci e frammenti di qualsiasi genere in grado di mascherare e truccare le immagini.

(image: Herbert Bayer, "La solitudine del cittadino", 1936)


L’evoluzione di tecnica e interpretazione - Forme, colori e carta: le nature morte di ieri e di oggi


Nel corso del 2012 una giovane artista e grafic designer svedese, Fideli Sundqvist, chiamata a collaborare con un ristorante di Stoccolma assieme a una fotografa e una stylist, ha ripreso le immagini delle nature morte del passato e ispirandosi a queste ha ricreato dei modellini simili, costruendo ogni pezzo con della semplice carta e fotografando il tutto.
Sentendo la parola «natura morta» tendenzialmente si pensa a quadri e dipinti, ma il genere si è evoluto invadendo anche altre tecniche ed approcci al fare arte portando con sé innovazione e curiosità e continuando a interessare il pubblico.
Tipicamente oggetti inanimati disposti su di un tavolo sono ciò che rendono la natura morta come noi tutti la conosciamo dal 1500 con il Rinascimento. È però giusto far notare che rappresentazioni simili a quelle che oggi chiamiamo «nature morte» erano già visibili ai tempi degli Egizi, i quali raffiguravano sulla tomba cibi, gioielli e tutto ciò che un defunto possedeva come indicazione degli oggetti da portare con sé ed avere una volta giunti nell'aldilà, oppure come offerte per i loro Dei. Oltre al periodo egizio, anche dalla vita greca e romana emersero dei dipinti e degli affreschi che raffiguravano oggetti della vita quotidiana usando tecniche differenti da quelle precedenti, con il risultato di rendere le immagini più realistiche rispetto a quelle prodotte dagli egizi. A questo periodo, quello dei Romani, risale uno dei primi lavori classificabile come natura morta, realizzato attorno al 50 a.C. nel quale si nota una maggior cura nella costruzione delle forme e nell'utilizzo dei colori, rendendo il tutto in un certo senso più vero.