Gesti e colori: la nascita di una tela - Jackson Pollock: “Mi sento più vicino al dipinto, quasi come se fossi parte di lui.” Wednesday, December 19, 2012


La connessione tra arte ed il mondo definito reale non sempre è evidente, in particolare se si tratta di arte che tende all’astrattismo, in cui è difficile individuare delle forme a noi familiari e facilmente riconoscibili, dato che tutto sembra solo un miscuglio di segni e colori sovrapposti. E' proprio davanti a questi generi di opere che capita di sentirsi un po' persi, quasi stupefatti dalla mancanza di senso che sembra esserci, esclamando la tipica frase: "Posso farlo anche io questo", quasi con l'intento di non definire quel dato quadro arte. Sarà capitato a tanti di trovarsi in questo genere di situazione; bisogna però pensare a quello che realmente c'è dietro a quel miscuglio di segni e colori sovrapposti, il che non è affatto banale. Dietro a tutto questo può esserci una grande ispirazione presa e sviluppata da culture diverse e lontane dalle nostre, diverse da quelle più vicine a noi, che trasmettono modi di fare, motivazioni e gesti del tutto diversi ed a volte inaspettati che, prendendone gli aspetti più interessanti ed affascinanti, rendiamo nostri.
Un artista in particolare che riprese gesti di un'altra cultura è Jackson Pollock, conosciuto per le sue tele, spesso e volentieri di grandi dimensioni, sulle quali ci sono strati di colore che diventano la texture dell'opera davanti alla quale ci si può sentire per un attimo persi non riconoscendo nulla rispetto a quadri più "classici" in cui forme e figure sono meglio delineate e riconoscibili. Nell'opera di Pollock di fondamentale importanza è la tecnica che lui utilizza per creare ciò che oggi possiamo vedere in differenti musei in giro per il mondo.
Come detto, l'ispirazione può venire guardando quello che c'è stato prima di noi, e nel caso di Pollock l'ispirazione è venuta riprendendo i nativi americani, in particolare i "sand painters", i quali, per celebrazioni ed avvenimenti legati alla guarigione, utilizzavano materiali, quali la sabbia, vista la loro denominazione, ed in particolare i movimenti del corpo, come trasmissione dell'energia, per fare dei disegni nella sabbia che avevano una funzione magica. Grazie alla traccia di alcune parole di Pollock, si può facilmente intendere il legame che cercava di instaurare con ogni opera, con ogni tela. Abbandonando i tradizionali strumenti da pittore e poggiando le tele sul pavimento piuttosto che a ridosso di un muro, poteva sentirsi più a suo agio con la magia che stava per avere inizio, e come disse Pollock stesso: "Mi sento più vicino al dipinto, quasi come fossi parte di lui, perché in questo modo posso camminarci attorno, lavorarci da tutti e quattro i lati ed essere letteralmente "dentro" al dipinto. Questo modo di procedere è simile a quello dei "sand painters" Indiani dell'ovest.". Sono anche importanti le parole di un fotografo, Hans Namuth, che nel 1950 realizzò un servizio fotografico a Pollock mentre completava un'opera. Le sue parole descrivono la gestualità dell'artista, il suo modo di fare, il suo approccio alla tela, muovendosi come stesse danzando, con un'ondata d'energia che non finiva finché non fosse finito il quadro, facendo gocciolare e colare del colore sulla tela grezza poggiata sul pavimento. In questa fase Namuth racconta di un Pollock completamente preso dal suo lavoro, tanto da non far caso al fotografo ed il resto dell'ambiente circostante.
A questo punto non rimane che riflettere. Non basterà soffermarsi a quell’apparente banalità di pittura fatta sgocciolare su una tela, ma bisogna andare oltre. Probabilmente, e spesso è così, si tratta della manifestazione di un mondo e di storie che ancora non conosciamo, ma che vanno ricercate e raccontate. 
by moodLKI on "L'Universo"
(images: Jackson Pollock in his studio, photographed by Hans Namuth)